B a e l

Guardo intorno a me, il nulla, il vuoto, l’oscurità. Dentro e fuori. Puro spirito, pura essenza. Sono il Demone Bael, al cospetto della Nera Madre. La osservo, immane, potente, infinita, è tutta intorno a me, mi osserva e sorride, gelida. Leva al cielo la mancina, o immagino che lo faccia, ed indica un punto nel buio, indica una voce che mi chiama. Mi volto, senza volerlo, e capisco. Il momento della discesa del Demone Bael nel mortal mondo è giunta. Nasco.
Occhi spalancati ma vuoti, che fissano tutto ciò che mi circonda. Disteso su un altare, osservo per la prima volta il mondo, lontano dalle ombre che mi hanno generato e tenuto accanto alla Madre. Nuove forme, nuovi colori, nuovi suoni, nuove percezioni mi bombardano. Non mi muovo, immobile sull’altare a lasciare che i Necromanti osservino bramosi il corpo immoto che sta innanzi a loro. In mezzo a loro un viso diverso, cupo, timoroso, triste. Colui che primo mi rivolse verbo. GodOfHate. Quegli occhi che mi fissano ansiosi mi inducono a muovermi. Un dito. Una mano. Un braccio. Entrambi. Il petto mi esplode, il raugbar si plasma nelle mortali carni. Il necroplasma si espande, divora ciò che trova, divora ciò che sente, sostituisce ciò che divora. Un urlo fu il mio primo vagito. Straziante. Poi mi levo, e guardo lui. Silenzio attorno a me, silenzio e perplessità in chi mi ha evocato. Guardo me, il mio corpo, il mio fantoccio. Un bimbo…un inerme infante che ora contiene il potere della Nera Madre. Dischiudo le serrate labbra, un sussurro…”Bael”. E capiscono.
La venuta al mondo del figlio della Nera Madre è compiuta.
Via da quel luogo vago con l’artefice della mia comparsa, GodOfHate. Racconti su racconti, storie su storie, il passato suo si fonde e diventa il mio, mio e del fantoccio che mi ospita. Prendo possesso dei ricordi dell’infante che ora non è più, essi sono le mie memorie. Senza un perché, senza chiedere, senza pensare, sono accanto a lui ora a dare forza alla sua vendetta, a dare potenza alla sua lama, a dare violenza al suo pugno. La Nera Madre guida i miei passi, scrive il mio istinto. Bael il Demone cresce, dentro e fuori. Nuove fattezze, nuova forza, nere ali e letali artigli. Ecco ora il Demone dentro e fuori. Non più un bambino posseduto, ma ora la pura violenza e brama di dispensar morte si sono manifestate nella loro essenza. La vendetta è compiuta.
Vendetta ? Questo mi spinse ad aiutar mio Padre ?
No.
Vendetta mai mi mosse.
Veder sangue. Uccidere. Procurar atroci torture. Esser causa di dolore. Istinto. Questo fu il motore.
Ed alla fine dei giochi non mi fermai. Vagai solo e solitario ad uccidere, distruggere, soddisfare la mia sete di sangue, fame di altrui sofferenza. Senza sosta, senza riposo, senza pensiero.
L’esercizio del male mi portò ad apprendere l’arte della scherma nell’uso delle lame di spada, di coltelli da lancio e di falce, l’esasperazione del combattimento in volo. Silente assassino divenni. Non vi fu posto che non visitai. Non vi fu posto in cui non feci valere le mie arti. Non vi fu un posto in cui non venni odiato per ciò che ero. E mi piaceva.
Giunsi nel Gran Ducato di Lot, senza motivo, ma spinto dallo stesso istinto, guidato dalla Nera Madre, a perseguir il suo scopo.
Ma chi è lei, ora ? Lei che è riuscita a fermare la mia lama senza muoversi… Lei che con un cenno del capo ha fatto sì ch’io risparmiassi la vita a due esseri mortali… Lei che non prova odio o rancore verso di me… Lei che con il suo sguardo mi ha fatto dimenticare della mia brama di distruzione. Chi è costei ?
Non lo so. Come un lampo ella è giunta innanzi a me. Non a caso innanzi a me. E mi fece fermare e dubitare. Di tutto. Come poteva ? Nulla faceva, eppur ci riusciva. Non lo so.
Accadde poi tutto troppo in fretta. Catturati, entrambi. Io bloccato nei movimenti, come lei. I miei occhi contro i suoi, nell’impossibilità di parlare o voltarmi, ma nell’obbligo di osservarla, mentre viene uccisa. Una lama le trapassa l’esile corpo. Non un rumore, non un urlo, solo il sangue che goccia a goccia sgorga dal suo corpo. Un ghigno degli assassini di lei è la colonna sonora della sua morte. Immoto, perdo le forze e la voglia di muovermi. Buio, null’altro.
Non perii, sadicamente mi lasciarono libero. Siano maledetti.
Un disegno del destino. Ella morì davanti ai miei occhi, ed io vissi. E cambiai. Demone non mi considerai più, dal momento in cui cominciai a riflettere su me stesso, su ciò che vidi e ciò che fui, su ciò che feci. Ciò che quel giorno accadde fu la Morte, non inflitta da me, ma contro di me. Ciò che provai fu dolore, rabbia. Sgradevoli, insopportabili sensazioni.
Mai più riesco a levar lama contro mortal essere. L’ombra di ciò che mi è capitato mi perseguita, mi bracca, mi osserva nell’oscurità, attende silente.
E’ Morte ora al centro dei pensieri. E’ ciò che da sempre ho elargito così facilmente, e che ora mi sembra tanto, troppo grande, troppo importante, imponente, al di fuori del mio controllo. Ho aperto gli occhi. Non sono io a decidere chi la Morte deve abbracciare. Ma chi ? Chi detiene il potere che un tempo credevo fosse una mia facoltà, un mio diritto di esercitare ?
Ade, il Sommo. Il Dio della Morte, rinnegato da Simeht, Dio delle Nere Schiere.
E’ colui che disegna il destino delle anime. Colui che giudica e soppesa, colui che decide dell’eterna esistenza. Il Padre delle anime.
Ed io ? Tutto ciò che ho fatto dalla mia evocazione è stato ciò che ora non ho più il diritto né il coraggio di fare. Svuotato completamente di ogni significato è stato il mio cammino fino a quì. Ora chi sono ? Cosa devo fare ? Cos’è la Morte ? Il mio ignoto interlocutore è silente, immoto, invisibile. Non una risposta alle mie domande. Ho perso il mio equilibrio, ciò che mi rende reale non è più.
Sarà il culto della Morte a ridarmi il mio equilibrio. Sarà il Sommo Ade, se lo vorrà a restituire a me la mia essenza. Sarà il contatto con la Morte a far riaprire gli occhi a questo Demone reso cieco.